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giovedì 30 ottobre 2014

Artrosi delle mani

Che cos'è l'artrosi della mano?
L'artrosi alle mani è un disturbo che compare con l'età e colpisce le articolazioni tra metacarpo e le falangi, tra falange e falangina o tra l'osso trapezio e il primo metacarpo, in questo caso si dice rizoartrosi.
L'articolazione è formata dalle ossa e da altre strutture che si trovano tra esse o intorno a queste.
La cartilagine è una sostanza liscia e morbida che serve per ridurre l'attrito e migliorare lo scorrimento.
Nella giuntura si trova anche una membrana sinoviale, cioè una pellicola intorno alle ossa che contiene liquido lubrificante e riduce l'attrito mentre le ossa si muovono.
Dopo che la cartilagine si consuma e si riduce, si notano delle alterazioni strutturali nell'articolazione, si formano zone di osso più dense e altre più porose, inoltre la membrana sinoviale si infiamma.
L'articolazione tra il metacarpo e la falange è colpita da artrosi soprattutto negli uomini che hanno svolto per tanti anni dei lavori manuali pesanti (muratori, falegnami, ecc.), ma causano meno disturbi e non provocano deformità.
A livello estetico e doloroso è peggio l'artrosi delle articolazioni tra le falangi perché possono deviare e sviluppare dei noduli fibrosi, in questo caso sono più colpite le femmine.
La rizoartrosi (l'artrosi tra l'osso trapezio e il primo metacarpo) si forma soprattutto nelle donne ed è più grave in una mano rispetto all'altra.
A questo livello l'artrosi può causare più dolore, anche di notte e provoca limitazione funzionale anche grave.


Quali sono le cause dell'artrosi della mano?
L'artrosi è una malattia idiopatica (le cause non sono conosciute) ma tanti fattori possono contribuire a degenerare l'articolazione.
L'artrosi nasce in maniera subdola e si evolve molto lentamente, il paziente inizia a soffrire in fase avanzata quando i segni e i sintomi sono già relativamente gravi.
L'artrosi si presenta soprattutto negli anziani perché è una conseguenza dell'invecchiamento articolare, colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa.
I fattori che influenzano la degenerazione della giuntura sono soprattutto: il tipo di lavoro, la genetica, i traumi importanti e le fratture che si curano con l'immobilizzazione prolungata.


Quali sono i sintomi dell'artrosi della mano?
I sintomi dell'artrosi alle mani e alle dita sono: dolore, gli scrosci articolari e la rigidità, inoltre la mano può essere gonfia.
Il problema più frequentemente lamentato dal soggetto con artrosi è il dolore, soprattutto nella prima mezz'ora dal risveglio o dopo essere stato fermo per almeno un ora.
La gravità è peggiore dopo un periodo di immobilità, mentre quando l'articolazione inizia a muoversi il dolore è quasi assente, ma si avverte dopo alcuni sforzi o dopo lavori prolungati.
Nella fase più avanzata si sentono delle fitte anche a riposo e a letto.
I sintomi si esacerbano con l'umidità o prima che piova.
I segni visibili sono il gonfiore provocato dall'infiammazione e i noduli che possono essere:
  1. Noduli di Heberden sulle falangette (falangi distali),
  2. Noduli di Bouchard a livello delle falangi prossimali.
Man mano che avanza l'artrosi, le articolazioni tendono a irrigidirsi e il movimento diventa limitato.
La mano si deforma perché le falangi distali o falangette si deviano lateralmente.

In caso di rizoartrosi, il dolore può diventare molto intenso, rendendo impossibili anche i movimenti più semplici del pollice.
L'artrosi tra osso trapezio e metacarpo può determinare un esostosi perché il primo metacarpo si sposta e la mano diventa simile a un quadrato.


Come si arriva alla diagnosi dell'artrosi della mano?
Il medico valuterà le condizioni del paziente, controllerà la mano per vedere se ci sono deformità o noduli di  Heberden, proverà a muovere le dita facendo attenzione ad eventuali rumori.
Se il paziente ha un età superiore ai 50 anni ci sarà un sospetto fondato che abbia l'artrosi nella mano, quindi può prescrivere una radiografia per avere conferma oppure prescriverà  direttamente una terapia se non ha dubbi.
L'esame strumentale più adatto per sapere se l'articolazione è degenerata sono i raggi X che evidenziano bene le condizioni dell'osso, la rima articolare, eventuali deformità e osteofiti.
Molti anziani con artrosi interfalangea ed evidente deviazione laterale della falange più distale, non avvertono sintomi o dolore, ma solo un inestetismo.
La diagnosi differenziale si fa con l'artrite reumatoide dato che entrambe provocano dolore e noduli, inoltre le tendiniti e tenosinoviti possono dare gli stessi sintomi, in particolare la sindrome di De quervain può somigliare ad una rizoartrosi.
Per maggiori informazioni scrivere un post nel forum del Dr. Defilippo.


Qual'é la terapia per l'artrosi della mano?
L'artrosi è un processo degenerativo dal quale non si torna indietro, quindi l'unica terapia efficace è quella che controlla il dolore e i sintomi oltre a rallentare l'evolversi della patologia.
Nelle fasi algiche o infiammatorie, il medico può prescrivere dei farmaci antinfiammatori non steroidei oppure della fisioterapia (magnetoterapia, Ultrasuoni terapia, Paraffinoterapia)  e riabilitazione per controllare i sintomi.
Se tutte le terapie effettuate non bastassero a risolvere il problema si può optare per l'intervento chirurgico.
In caso di rizoartrosi l'ortopedico può rimuovere completamente l'osso trapezio e ripristinare la capsula e i tendini per creare una nuova articolazione (artroplastica)
Se l'artrosi è localizzata tra le falangi delle dita, è possibile impiantare una protesi che sostituisce l'articolazione.
Meno utilizzata è la tecnica dell'artrodesi, ovvero la fusione della falange intermedia e di quella distale in estensione.


Ambulatorio Privato di Fisioterapia 
Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista
Tel 0522/260654 

Via Roma 18, 42048 Rubiera (RE)

Aut. Sanit. n° 3138 del 16/02/2009 Dir. San Dr. Defilippo Giovanni Medico Chirurgo



Alluce Valgo



L’alluce valgo è una deformità del piede molto diffusa nella popolazione adulta e anziana.
I soggetti più colpiti sono generalmente hanno un età superiore ai 40 anni e sono di sesso femminile perché è una patologia legata anche al tipo di calzature.

In principio consiste in una deviazione laterale verso l’esterno della parte distale del primo metatarso che causa un inclinazione dell’alluce verso il secondo dito; ne consegue che le due ossa non sono più in asse come dovrebbero ed è spesso associato a deformità delle altre dita.
L’avampiede si apre “a ventaglio” verso l’interno formando una protuberanza mediale del piede chiamata Cipolla o Nocetta.
Come il ginocchio, anche il piede può avere una deviazione in valgismo, cioè il primo osso metatarsale è inclinato nella direzione dell’altro piede e mentre l’alluce si avvicina distalmente al secondo dito.

Il valgismo dell’alluce, oltre i 30°, si accompagna ad una rotazione della falange e del primo metatarso.
L'alluce valgo è spesso accompagnato ad un altra deformità delle altre dita che diventano a martello o a griffe dal secondo al quinto.



Quali sono le cause?
L’ereditarietà è la causa principale di alluce valgo, solitamente ogni persona con questo difetto ha almeno un genitore o un nonno con la stessa deformità.
I sesamoidi sono due ossa molto piccole di forma quasi circolare (a esagono) nella regione distale e plantare del primo metatarso che costituiscono il punto d’appoggio più importante dell’avampiede
La lussazione di queste due ossa nello spazio intermetatarsale comporta uno stravolgimento anatomico e biomeccanico; infatti queste ossa danno inserzione al Muscolo flessore breve dell’alluce e all’Abduttore dell’alluce.
All’orgine dell’alluce valgo ci sono diverse teorie, il piede piatto, egizio (cioè con l’alluce più lungo del secondo dito) e pronato sono fattori che hanno un ruolo chiave nell’avvio di questo processo.



Le calzature sono un elemento importante per l’alluce valgo acquisito, se sono strette in punta spingono le dita esterne verso quelle centrali e i tacchi alti aggravano la situazione aumentando la pressione.
La scarpa stretta e con il tacco alto non è proprio la causa della deformità, può essere l’elemento che provoca i sintomi perché la pressione e lo sfregamento con la cipolla causano infiammazione, borsite e quindi dolore.
L’alluce valgo può essere anche la conseguenza di un artrite, una patologia neuromuscolare, un processo infettivo o un trauma.

 Ho visto signore che presentano un alluce valgo grave, che si sovrappone al secondo dito o che spinge il secondo dito sul terzo, che non avvertono dolore.

Quali sono i sintomi?
Il sintomo principale è il dolore camminando con le scarpe e con la pressione, l'intensità non è altissima, è sopportabile.
La sede del dolore è inizialmente sulla nocetta infiammata, successivamente può ampliarsi sulla pianta del piede.
Un’altra cosa che ho notato è la minor stabilità in condizioni di scarso equilibrio come ad esempio sulle tavolette basculanti.



Come si effettua la Diagnosi?
L’Alluce Valgo è visibile ad occhio nudo, se il paziente ha deciso di sottoporsi ad intervento chirurgico è necessaria la radiografia che mostra la posizione delle ossa e l’angolo di valgismo.



Qual è la terapia?



Negli stadi iniziali, cioè quando il dolore è intermittente, l’infiammazione della cipolla generalmente risponde bene al trattamento conservativo con le terapie fisiche, il Laser CO2 ha dato ottimi risultati in poche sedute.

Quando il dolore è costante e coinvolge la nocetta ma anche l’avampiede, il paziente può decidere di intervenire chirurgicamente.
Esistono diverse tecniche chirurgiche per l’intervento, l’ortopedico valuterà il soggetto, l’età, se ha il piede piatto, lo sport eventualmente praticato ecc., in base a questo consiglierà al paziente il metodo più adatto.


Piede valgo operato
In quest'immagine si vede lo stesso piede (sinistro) dopo aver effettuato per una settimana una seduta di Tecar Terapia al giorno, in cinque sedute si è ottenuto un notevole miglioramento in termini di gonfiore e dolore, la paziente ora riesce a calzare scarpe normali e a guidare.
Da notare che anche l'altro piede (destro) è stato operato 6 mesi prima ed ora è completamente recuperato.
Per qualunque dubbio chiedere al dott. Defilippo sul suo forum.


L’operazione si esegue in day hospital, spesso i pazienti tornano a casa il giorno stesso camminando con le stampelle, devono aspettare almeno un giorno prima di poter appoggiare il piede a terra.
Nel primo mese il piede sarà gonfio e saranno necessarie scarpe molto larghe.
Il dolore migliorerà lentamente, ma nei primi tempi non sarà possibile fare lunghe camminate, è consigliabile tenere il piede sollevato appoggiandolo su uno sgabello e muovendo le dita.

Ho ottenuto buoni risultati con le terapie fisiche (Laser CO2, Tecar e Ultrasuoni) per il dolore e per sgonfiare il piede.



Ambulatorio Privato di Fisioterapia 
Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista
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venerdì 15 marzo 2013

Frattura del braccio

Come avviene?

Frattura dell'omero significa rottura dell'osso del braccio,  può verificarsi nella regione superiore, centrale o inferiore dell'osso.
La parte superiore comprende il collo anatomico, il collo chirurgico, il trochite, il trochine e la testa dell'omero.
Generalmente, la frattura del braccio si verifica negli anziani che soffrono di osteoporosi quando https://www.fisioterapiarubiera.com/cura/sintomi-dell-osteoporosi-e-cura/cadono o scivolano a terra sulle mani.
Se la rottura del braccio avviene nella parte superiore è possibile che si lussi la spalla, quindi il quadro clinico si aggrava.
La lesione della diafisi dell'omero (la parte centrale) colpisce più spesso gli adulti e il meccanismo di rottura è un trauma diretto.
Le fratture della parte superiore del gomito capitano quasi esclusivamente a bambini e adolescenti, quando cadono con il gomito in iperestensione.


Quali sono i segni e i sintomi?

Il soggetto si presenta in pronto soccorso con il braccio attaccato al torace e il gomito flesso per paura del dolore che è molto intenso e insopportabile.
I segni consistono nell'edema a livello della frattura e nell'ematoma che si estende nella parte interna del braccio e nel torace.
Il braccio non si riesce a muovere ed è possibile avvertire un rumore di ossa che "grattano" tra loro. Se la frattura è scomposta, è possibile che si veda sporgere una parte del braccio.




Quali sono le complicazioni?

Le complicanze immediate sono lo shock ipovolemico, cioè un drastico calo del sangue circolante che può portare allo svenimento.
È necessario fare attenzione alla possibile formazione di tromboflebiti, ovvero la nascita di coaguli di sangue che ostruiscono le arterie.
Dai trombi possono originare gli emboli, cioè questi coaguli si staccano, vanno in circolo e possono chiudere le arterie del corpo.
Le fratture che comportano maggiori rischi sono quelle superiori, nella regione vicina alla scapola e alla clavicola, mentre una lesione a livello del gomito è caratterizzata da rischi minori.
Le complicanze associate al trauma sono la lesione di nervi, muscoli e vasi sanguigni.
Lungo la diafisi dell'omero decorrono i nervi: radiale, mediano e ulnare, quindi sono soggetti a stiramento o lesione in caso di frattura scomposta.
Le arterie possono essere fortemente danneggiate soprattutto in caso di frattura del collo anatomico dell'omero, possono causare una necrosi vascolare, cioè il blocco della circolazione sanguigna in una regione corporea; dove non arriva il sangue non c'è vita.
L'arteria più frequentemente colpita è l'arteria brachiale.
Una frattura scomposta può causare la lussazione della spalla, lo strappo dei tendini della cuffia dei rotatori  oppure dei muscoli del braccio: bicipite, brachiale, tricipite e deltoide.
Tra le complicazioni tardive c'è la formazione di una pseudoartrosi, cioè non avviene una consolidazione corretta o si forma un callo fibroso al posto di quello osseo.  

Qual'è la prognosi?

Il tempo di recupero dipende dal tipo di frattura, se è composta può guarire completamente in 2/3 mesi, ma se è scomposta con molti frammenti può essere necessario un intervento chirurgico.
In questo caso l'ortopedico fissa una placca o un endoprotesi che tiene uniti i frammenti.
Se il soggetto è anziano non sempre è possibile il recupero completo dell'articolarità, il braccio rotto potrebbe non essere più in grado di muoversi come l'arto sano.
In caso di frattura scomposta, per recuperare completamente il movimento e ritornare ai livelli pre-trauma sono necessari alcuni mesi, in particolare per riuscire a compiere correttamente le rotazioni della spalla.
Apri una discussione sul forum del Dr. Defilippo.

Cosa fare? Qual'è la terapia adatta?

L'ortopedico può consigliare l'intervento chirurgico per evitare danni importanti o per riuscire a recuperare l'articolarità, poi si inizierà un percorso riabilitativo  per guarire completamente. In caso di frattura composta, si dovrà portare un tutore o un gesso ancorato al collo per un mese circa, in modo da permettere il consolidamento dell'osso.
La terapia migliore per aiutare a consolidare l'osso è la magneto terapia che può dimezzare i tempi di recupero.
Quando si toglie il gesso, viene ripetuta la radiografia di controllo.
Se l'ortopedico ritiene che il processo di formazione del callo osseo è iniziato e non ci sono rischi di pseudoartrosi, consiglierà alcuni cicli di fisioterapia per recuperare la forza, il movimento e la coordinazione.
Gli esiti possibili sono:
  • la viziosa consolidazione (rara);
  • la limitazione funzionale (frequente), infatti gli anziani non riescono a recuperare completamente il movimento, in particolare l'elevazione del braccio.


 
Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista Tel 0522/260654 Defilippo.massimo@gmail.com P. IVA 02360680355
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Frattura del gomito

Che cos'è la frattura del gomito?

La frattura del gomito è la rottura o lesione dell'articolazione tra omero (braccio), ulna e radio (gomito). Il gomito è un articolazione fondamentale per sollevare pesi, vestirsi, lavarsi, pettinarsi e lavorare. Le possibili lesioni si verificano a livello del capitello omerale, del capitello radiale, dell'epitroclea, intercondiloidee e sovracondiloidee.
Le fratture dell'olecrano costituiscono circa il 10% delle lesioni al gomito, riguardano principalmente gli adulti, in questo caso si può danneggiare il nervo ulnare.
Generalmente, le fratture del capitello radiale sono provocate da una caduta sulle mani in estensione, quindi il meccanismo lesivo è un trauma indiretto.
Le fratture sovracondiloidee causano uno spostamento dell'epifisi distale dell'omero detta anche paletta omerale, colpiscono spesso i bambini per traumi diretti e sono pericolose per i possibili danni al nervo radiale.
Le lesioni dei condili omerali sono piuttosto rare.

Quali sono le cause della frattura del gomito?

Le cause della frattura del gomito sono i traumi o le cadute.

Quali sono i sintomi della frattura del gomito?
  1. Dolore,
  2. Gonfiore,
  3. Rossore,
  4. Calore,
  5. Limitazione dei movimenti del gomito e del polso.



Qual'é l'esame diagnostico più indicato per la frattura del gomito?


L'esame più adatto per le fratture è la radiografia.  

Come si diagnostica la frattura del gomito?
Il medico del pronto soccorso osserva il gomito del paziente e ascolta la versione dell'incidente.
Se la radiografia mostra la lesione dell'osso allora si può fare la diagnosi di frattura del gomito.


Qual'é la terapia per la frattura del gomito?

Per le fratture composte bisogna immobilizzare il braccio in un gesso o tutore per un periodo di circa 30 giorni (15 giorni per i bambini).
In caso di frattura scomposta il chirurgo può decidire di effettuare un intervento chirurgico se il paziente è d'accordo.
Apri un post nel forum per qualunque informazione.



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venerdì 1 marzo 2013

Metatarsalgia



Cos'è la metatarsalgia?

Metatarsalgia significa dolore nella zona distale del piede, in corrispondenza delle ossa metatarsali, vicino alle articolazioni con le falangi prossimali delle dita. Il piede si può dividere in due regioni, quella prossimale è il retropiede che comprende il calcagno (tallone), mentre quella distale si chiama avampiede e termina con cinque ossa lunghe (metatarsi) collegate alle dita. Questa sindrome può essere accompagnata da alcune deformazioni come: l'alluce valgo, le dita a martello o il piede piatto, ma spesso compare in soggetti con piedi normali. La metatarsalgia può avere diverse origini: anatomica-biomeccanica e secondaria.


Metatarsalgia anatomica-biomeccanica

È possibile che il peso gravi su una zona ristretta dell’avampiede perché i metatarsi hanno una lunghezza diversa o sono inclinati in maniera anomala. Questo  provoca la formazione di un callo nella regione anteriore della pianta del piede oltre ad un forte dolore. Le alterazioni anatomiche possono derivare da eventi traumatici, dall’alluce valgo o dall’artrite delle ossa sesamoidi. Un’altra causa di metatarsalgia è la disidratazione e la perdita di elasticità del pannicolo adiposo che si trova nell'area plantare del piede, e funge da ammortizzatore durante la deambulazione. Per evitare il dolore della metatarsalgia, il soggetto colpito cerca un maggior appoggio sulle dita del piede, con gli anni questo può portare alla deformità delle dita a martello o a griffe.  




Metatarsalgia secondaria

La metatarsalgia può derivare anche da patologie sistemiche come il diabete che può provocare alcune ulcerazioni della pianta del piede, malattie reumatiche come la gotta o l'artrite reumatoide, patologie vascolari o infezioni (artrite settica). Non bisogna confondere la metatarsalgia con il neuroma di Morton che consiste nella degenerazione del nervo digitale. È una patologia benigna che provoca dolore nello spazio intermetatarsale tra il secondo, il terzo e il quarto metatarso. Il Neuroma di Morton causa un fastidio costante, anche durante la notte, mentre la metatarsalgia provoca dolore solo mentre si cammina.  

Quali sono i sintomi?

Generalmente il paziente riferisce un forte dolore nell’avampiede, generalmente sotto la pianta, ma può comparire anche nella regione dorsale del piede. I sintomi peggiorano camminando e alla fine di una giornata lavorativa in piedi, invece quando si sta seduti o sdraiati non provoca fastidio. Il dolore è molto intenso, quindi il paziente cerca di attenuarlo appoggiando in maniera scorretta o caricando il peso sull’altro arto inferiore; a lungo termine la posizione scorretta può dare altri sintomi come il mal di schiena.  


Come si diagnostica la metatarsalgia?

Per arrivare alla corretta diagnosi di metatarsalgia è necessario un attento esame clinico svolto da un medico che dopo aver ragionato sull’anamnesi controlla i sintomi del paziente ed eventuali segni, in questo caso cerca delle callosità. Gli esami strumentali di cui si può avvalere sono:
  1. Una radiografia per evidenziare alterazioni anatomiche o biomeccaniche.
  2. Se il dottore sospetta un neuroma di morton può prescrivere un’ecografia, infatti le lastre mostrano solamente le ossa, mentre per vedere i tessuti molli è necessario l’esame ecografico.
  3. La baropodometria è un esame che si svolge in piedi, cammiando su una pedana collegata ad un computer che misura la distribuzione del carico nelle due piante del piede. Da questi dati può risultare un eventuale squilibrio nell’appoggio del peso che può far pensare ad una metatarsalgia anatomica-biomeccanica.
Hai un dubbio, apri una discussione sul forum del dottore.



Qual è la terapia più adatta?

Gli sportivi colpiti da questa sindrome dolorosa devono concedersi un periodo di riposo o sostituire la corsa con altre attività (nuoto, ciclismo, ecc.). Per eliminare il dolore generalmente si consigliano terapie fisiche (laser CO2, ultrasuoni in immersione, ecc.) oppure terapie manuali per eliminare le tensioni che causano un cattivo appoggio. Finché non si è risolta del tutto la metatarsalgia, è necessario l’utilizzo di scarpe larghe che non esercitano una forte pressione sulla parte esterna dei metatarsi. È utile un ortesi plantare che distribuisca uniformemente il peso del corpo su tutti i metatarsi. Nei casi che non rispondono alle terapie, dopo almeno sei mesi dalla comparsa dei sintomi, si può considerare anche l’intervento chirurgico, però non sempre è risolutivo, quindi è necessario consultare un bravo ortopedico che sappia spiegare al paziente i benefici e i possibili rischi.  




Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista
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sabato 23 febbraio 2013

Torcicollo

Che cos'è il torcicollo?

Torcicollo vuol dire: un forte dolore al collo causato da una posizione non fisiologica prolungata per molto tempo (per esempio una persona che tiene il collo piegato o ruotato per un ora). Tutti pensano che il torcicollo sia causato da un colpo di freddo, ma non è così.
Generalmente, il paziente arriva in ambulatorio con la testa ruotata e inclinata verso il lato non doloroso e spesso è anche lievemente piegata in avanti.
Il torcicollo colpisce prevalentemente i bambini e gli adolescenti, ma è possibile incontrare degli adulti e anziani con questo problema. Non si tratta di un'infiammazione perché la cervicale non è infiammata, ma c'è uno spasmo o contrattura muscolare che fissa le vertebre e non le lascia ruotare e inclinare da un lato.

Esistono forme più gravi di torcicollo che possono essere di tipo congenito o acquisito, tra cui ricordiamo la più frequente: Il torcicollo congenito miogeno è una malformazione caratterizzata dalla retrazione del muscolo sterno-cleido-mastoideo su un solo lato, ne consegue che il capo mantiene una posizione di inclinazione laterale dal lato colpito e di rotazione dal lato opposto.




Quali sono i sintomi?

È un disturbo che provoca una forte limitazione del movimento in una direzione, solitamente quando si ruota il capo, ma nei giovanissimi tende a scomparire spontaneamente nell’arco di alcuni giorni. L'esordio è acuto, generalmente compare al mattino appena svegli con forte intensità, la rigidità tende a migliorare con il passare del tempo, ma negli adulti può rimanere a lungo. Se si prova a ruotare il collo verso il lato doloroso, il dolore è insopportabile.



Come si arriva alla diagnosi?
Per gli adolescente e i giovani, la radiografia e la risonanza magnetica è inutile perché l'appuntamento viene fissato dopo la scomparsa dei sintomi che in genere avviene in pochi giorni.

Il medico controllerà l'anamnesi del paziente, cercherà altri sintomi concomitanti e proverà la palpazione del collo. Con i test muscolari si riuscirà a capire se si tratta di torcicollo durante la visita. Negli adulti e negli anziani, lo specialista potrebbe prescrivere degli esami strumentali come la lastra o la Rmn, ma solo se ha dei sospetti durante l'esame clinico.

Cosa fare? Qual'è la terapia più adatta?
 In questi casi mettere un collare rigido non serve. Per velocizzare la guarigione, si possono eseguire tutte le terapie previste per la cervicalgia posturale (borsa dell’acqua calda, massaggio terapeutico) anche in fase acuta. Personalmente ho avuto ottimi risultati dalla prima seduta con il trattamento mckenzie, prima con la mobilizzazione passiva del fisioterapista, poi con esercizi attivi del paziente.
Chiedi spiegazioni al dr. Defilippo nel suo forum.
 


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venerdì 22 febbraio 2013

Artrosi del ginocchio

L'artrosi del ginocchio è un processo di degenerazione articolare che colpisce quest'articolazione.
Il primo stadio è la fissurazione o riduzione della cartilagine. 
La gonartrosi coinvolge tutte le strutture che lo compongono: ossa, menischi, membrana sinoviale, capsula articolare, legamenti e muscoli.

Riguarda principalmente gli
anziani perché per consumare lo spesso strato di cartilagine tra femore, tibia e rotula servono molti anni. I fattori predisonenti sono gli stessi delle condropatie. 

L'artrosi interessa prevalentemente l'anca (coxartrosi) e il ginocchio, quest'ultimo affligge una donna su quattro e più del 10% dei maschi oltre i 65 anni, spesso insorge in soggetti che lo hanno sforzato troppo o in modo scorretto. 

Si parla di patologia cronico-degenerativa perché non tende a risolversi positivamente, anzi invecchiando si va verso l'impotenza funzionale e addirittura un blocco articolare. Con la progressione della gonartrosi, l'osso reagisce con dei tentativi di riparazione e di aumento della superficie articolare:
  • al posto della cartilagine lesionata si formano degli osteofiti cioè becchi di osso;
  • addensamenti ossei vicino al periostio;
  • profondamente a questi hanno origine le cavità geodiche (zone a minor densità ossea).

È una patologia che risente molto delle condizioni climatiche; il dolore può presentarsi a causa del freddo e dell'umidità. 
In certi casi, l'artrosi può essere considerata una malattia professionale: per esempio chi utilizza il martello pneumatico (mani, gomito, spalle); i camionisti (colonna vertebrale lombare); chi lavora in ufficio al computer (cervicale).  



Sintomi e Segni

 L'artrosi può evolvere dal primo al quarto stadio, all'inizio il dolore al ginocchio compare solamente con il carico, ma con l'evoluzione della patologia, può dare dolore anche a riposo, a sedere oppure a letto.
Il movimento può essere limitato dagli osteofiti o dal gonfiore che è provocato dall'eccesso di produzione di liquido sinoviale.


Durante la giornata, il periodo più doloroso è al mattino quando l'articolazione è fredda, durante la giornata tende a diminuire, ma si riacutizza dopo uno sforzo e quando ci si rialza dopo essere stati fermi per almeno mezz'ora.
Generalmente, i soggetti sintomatici avvertono dolore durante la
deambulazione, inoltre i passi si accorciano e i pazienti zoppicano.

Il clima umido e il freddo possono far peggiorare il quadro clinico in poche ore, infatti, chi soffre di artrosi “sente quando cambia il tempo”.
Solitamente, i pazienti tengono in tensione i muscoli della coscia come meccanismo spontaneo di difesa, questo aumenta il dolore perché causa
contratture muscolari.

Negli ultimi stadi dell'artrosi si avvertono scrosci articolari durante il movimento.  


Diagnosi dell'artrosi al ginocchio


Per i pazienti anziani, lo specialista controlla accuratatamente l'anamnesi, svolge un esame obiettivo per capire se presentano sintomi e segni caratteristici, successivamente prescrive una radiografia in piedi. 

Le lastre di un ginocchio artrosico mostrano un'avvicinamento femoro-tibiale o femoro-rotuleo, inoltre sulle superfici articolari si possono notare gli osteofiti e le cavità geodiche. Nel caso in cui ci sia l'indicazione di una protesi, l'ortopedico può prescrivere una TAC o una RMN.
Può capitare di confondere la gonartrosi con una sciatalgia, cruralgia o sindrome del piriforme, perché il paziente si concentra sul dolore al ginocchio durante la deambulazione, quindi è opportuno indagare anche su eventuali sintomi alla coscia e/o alla schiena.
L'artrosi non provoca necessariamente dolore, ma alcune volte, si infiamma causando tutti i sintomi tipici.


Qual'è la terapia? 

Da questa patologia non si può guarire, ma si può controllare eliminando il dolore e il gonfiore dell'articolazione. 
La prima cosa da fare è il risparmio articolare, cioè evitare le attività che sovraccaricano di più l'articolazione. 
Chi pratica sport come il calcio o il tennis dovrebbe fermarsi.
Considerando l'età, è più probabile che il paziente faccia delle semplici passeggiate, anche in questo caso è meglio sospendere un paio di giorni. 
Generalmente, i medici consigliano di dimagrire per caricare un peso minore sul ginocchio, ma è un rimedio che richiede molto tempo ed è difficile da attuare. 

Il dottore può prescrivere dei farmaci antinfiammatori per la fase acuta, ad es. il paracetamolo o dei FANS (antinfiammatori non steroidei), ma questi ultimi hanno molte controindicazioni, quindi non si possono assumere per lunghi periodi. 

La fisioterapia è un ottima cura con pochissime controindicazioni, le terapie fisiche più indicate sono la Laser terapia, la Tecar terapia e la magneto terapia. 
Il medico può decidere di effettuare le infiltrazioni di acido ialuronico all'interno dell'articolazione che servono per lubrificare e ridurre l'attrito. 
La durata dell'effetto della terapia è proporzionato al grado di avanzamento dell'artrosi, negli ultimi stadi potrebbero essere necessari due cicli di terapie all'anno, mentre in caso di patologia al primo stadio, il dolore può scomparire per alcuni anni. 
Nella gonartrosi avanzata, se tutte le terapie non invasive hanno fallito e il dolore è molto forte, la soluzione più efficace è l'intervento chirurgico; prima si tenta la chirurgia artroscopica per rimuovere i corpi estranei nell'articolazione (cartilagine degenerata) e per regolarizzare le lesioni meniscali se presenti. 
Successivamente si prende in considerazione l'intervento di artro-protesi per sostituire l'articolazione. Se l'osso in cui vanno impiantate è solido, la protesi si inserisce semplicemente nell'osso e si applica una sostanza collosa, mentre nel caso di anziani con ossa particolarmente fragili, si cementa la protesi.
Se il soggetto con gonartrosi è giovane, bisogna valutare l'allineamento dell'articolazione. Se il ginocchio è varo o valgo, il contatto tra le ossa avviene in un area ristretta e la cartilagine tende a diventare più sottile in maniera non omogenea.

In questo caso alcuni ortopedici preferiscono intervenire con un osteotomia per correggere il difetto. Se è possibile, l'ortopedico inserisce una protesi monocompartimentale, cioè in un solo osso del ginocchio: mediale, laterale o femoro-rotuleo. 
Oggi, i progressi della ricerca scientifica hanno permesso di creare delle "mini" protesi, cioè con l'intervento si sostituisce solo la superficie dell'articolazione, senza penetrate molti centimetri all'interno dell'osso.
Il protocollo da seguire nella riabilitazione dev'essere concordato con il medico in base a:
  • il tipo di protesi impiantata;
  • alla tecnica chirurgica applicata;
  • alla presenza di esiti cicatriziali.
Generalmente il ricovero dura 7-10 giorni dall'intervento, ma nel caso di riprotesizzazione, il tempo di permanenza in ospedale è maggiore. 
In questo periodo, la riabilitazione è fondamentale, il paziente deve riuscire ad alzarsi dal letto e camminare autonomamente con i bastoni canadesi prima di essere dimesso. 
La mobilizzazione passiva e attiva dev'essere iniziata fin dai primi giorni, bisogna lavorare sull'articolazione dell'anca e della caviglia per rafforare la coscia e il polpaccio. 
Quando il paziente torna a casa, deve continuare la riabilitazione per circa 2-3 mesi prima di poter ritornare alla normale vita quotidiana.

In caso di protesi cementata, si può caricare sull'arto operato tutto il peso corporeo anche dopo pochi giorni dall'intervento perché non si deve attendere il tempo necessario alla fissazione dell'impianto.
Se la protesi non è cementata dopo pochi giorni è concesso solo il carico sfiorante, poi gradualmente si arriva al carico completo.    
Chiedi aiuto al dr. Defilippo nel suo forum.


Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista
Tel 0522/260654
Defilippo.massimo@gmail.com
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mercoledì 20 febbraio 2013

Artrosi

Che cos'é?

L’artrosi è una malattia cronica-degenerativa e irreversibile delle articolazioni. 
Nella prima fase provoca la fissurazione ed erosione della cartilagine, successivamente causa l’alterazione delle ossa con la formazione di becchi (osteofiti) e l’alterazione della densità di calcio nell’osso. 
La cartilagine è un tessuto morbido, plastico e deformabile, composto principalmente da acqua, collagene e fibre elastiche, serve per ridurre l’attrito tra le ossa durante il movimento e ha la funzione di ammortizzare gli urti. 

Il difetto del tessuto cartilagineo è la scarsa vascolarizzazione, il sangue nutre solo la superficie esterna, da qui le sostanze giungono alle cellule (condrociti) con il fenomeno della diffusione che è lento e poco efficace. 
A causa della scarsa irrorazione sanguigna, la cartilagine non può rigenerarsi o ripararsi, quindi se viene danneggiata potrà solo accelerare la comparsa dell’artrosi. 
Questa patologia colpisce prevalentemente gli anziani e gli adulti, si può definire l’invecchiamento delle articolazioni, ma in certi casi ho visto dei trentenni con i segni dell’artrosi nelle radiografie.

Le articolazioni più colpite sono:

L’artrosi può essere primaria o idiopatica, cioè non ci sono cause apparenti che la provocano, oppure secondaria ad altre patologie o traumi: fratture, lussazioni ecc.
L'artrosi è tra i disturbi muscolo-scheletrici più frequenti che vede il medico, si calcola che ci siano circa 4 milioni di soggetti in italia con questa malattia. 

L’artrosi nasce dall'usura della cartilagine nella zona di maggior sovraccarico, questo processo stimola le cellule cartilaginee a produrre nuove fibre di collagene, ma queste molecole saranno sottili e disposte in maniera scompaginata, cioè non parallela tra loro.
I condrociti generano degli enzimi che disfano e danneggiano ulteriormente la cartilagine rimasta finché questa si fissura o si buca. 
L’osso risponde formando degli osteofiti nella regione più esterna dell’articolazione, ovvero dei becchi di osso che avrebbero il compito di aumentare la superficie articolare per distribuire il peso su un’area maggiore.



Quali sono le cause?
La causa principale dell’artrosi primaria non è stata scoperta con certezza, ma gli studi scientifici effettuati provano che ci sono molti fattori predisponenti:
  • Età: l’artrosi è l’invecchiamento dell’articolazione, questo processo inizia intorno ai 30 anni e continua tutta la vita, anche se con grosse differenze tra le persone.
  • Deformità congenite o acquisite: per avere un consumo minimo della cartilagine il peso dovrebbe essere scaricato uniformemente su tutta l’articolazione, ma spesso si concentra su certe aree come nel caso del varismo o valgismo del ginocchio, la dismetria degli arti inferiori, la scoliosi, la malattia di Legg-Perthes-Calvè (Osteocondrosi della testa femorale), il morbo di Scheuermann (Osteocondrosi vertebrale giovanile), malattia di Blount (Tibia vara).
  • Lussazioni e fratture comportano un periodo di immobilizzazione che è deleterio perché causa un minor nutrimento della cartilagine e quindi un atrofia.
  • Displasia, in particolare nell’anca dove la testa del femore non aderisce bene all’acetabolo del bacino perché i legamenti e la capsula articolare sono lassi e quindi le due ossa scorrono in maniera non uniforme favorendo l’usura della cartilagine.
  • Obesità, soprattutto nelle articolazioni sulle quali grava il peso corporeo, per esempio il ginocchio, infatti un maggior peso esercitato causa un usura precoce del tessuto cartilagineo.
  • Tra i possibili fattori di rischio ci sono alcune patologie metaboliche come il diabete mellito e la gotta, nelle donne il calo di estrogeni che avviene con la menopausa provoca un accelerazione della patologia.
  • L’artrosi professionale riguarda determinati lavori che provocano sovraccarico funzionale: l’artrosi vertebrale riguarda quasi tutti i camionisti e trasportatori, quella dell’arto superiore (spalla, gomito e mano) interessa i muratori che utilizzano il martello pneumatico, ecc.

Quali sono i sintomi?
Il sintomo più importante è sicuramente il dolore, si avverte durante i movimenti e nella prima mezz’ora dopo il risveglio, ma quando l’artrosi è all’ultimo stadio si avverte anche a riposo e durante la notte.
Spesso, Le articolazioni sono edematose o gonfie, i movimenti diventano sempre più limitati dal dolore e dall’infiammazione. 
È presente uno scroscio articolare, il paziente riferisce come se avesse della sabbia dentro. 
Dato che l’artrosi è una patologia cronica e degenerativa, negli ultimi stadi della malattia può diventare invalidante con un dolore insopportabile, per esempio un soggetto con gonartrosi (artrosi del ginocchio) o coxartrosi (artrosi dell’anca), sarà costretto a utilizzare le stampelle. I sintomi dell’artrosi compaiono dopo i 45 – 50 anni nell’uomo e dopo i 55 nella donna.
Il paziente riferisce un peggioramento dei sintomi quando cambia il tempo, in particolare il dolore si risveglia in primavera per i continui mutamenti climatici e l’umidità.  

Come si fa la diagnosi dell’artrosi?
La diagnosi può essere esclusivamente clinica, cioè basata sulla visita del medico, se lo ritiene opportuno può prescrivere la radiografia che è l’esame strumentale più adatto.
 La lastra è l’esame che mostra lo stato delle ossa e dell’articolazione meglio degli altri, anche se non mostra i tessuti molli come la cartilagine. 
Dalla radiografia si vede la riduzione della rima articolare, ovvero se le ossa sono più vicine, inoltre vengono evidenziate le alterazioni ossee: osteofiti, sclerosi della spongiosa subcondrale, cavità geodiche (zone con minor densità di calcio) ecc. 

Gli specialisti che si occupano di questo disturbo sono il fisiatra e l’ortopedico, quest’ultimo può intervenire chirurgicamente se necessario. 



Cosa fare? Qual è la terapia?
Ci sono diverse terapie per l’artrosi, la migliore è quella che associa:
  • la prevenzione;
  • il controllo del dolore;
  • la fisioterapia;
  • l’eliminazione dei fattori di rischio, quando possibile.
La dieta è fondamentale nel trattamento dell'artrosi lombare o dell’arto inferiore perché sono i tratti scheletrici che risentono del peso corporeo.

L’alimentazione che favorisce la conservazione dell’articolazione è povera di grassi, fritti e alcolici, ma ricca di frutta e verdura. 
I farmaci controllano il dolore nella prima fase della patologia, ma se l’assunzione di antinfiammatori diventa regolare si può provocare un disturbo gastrico come l’ulcera. 
Se si sottopone l’articolazione a stress continui a causa di attività sportive o lavorative è consigliabile ridurre il sovraccarico o rimanere a riposo. 
La fisioterapia serve per risolvere il dolore, l’infiammazione e l'edema.
In base all’articolazione colpita ci può essere l’indicazione per diverse terapie: per il ginocchio si ottengono ottimi risultati con la LaserTerapia e la Magnetoterapia, l’anca si tratta con la TecarTerapia che penetra più in profondità, mentre per la mano si effettuano gli impacchi di paraffina. 
Ogni terapia fisica (laserterapia, magnetoterapia, tecarterapia ecc.) dovrebbe essere accompagnata dalla fisiokinesiterapia, ovvero esercizi che favoriscono il mantenimento del tono muscolare e riducono la rigidità articolare. 
Per l’artorsi cronica dell’arto inferiore può essere utile l’idrokinesiterapia, cioè l’attività motoria in piscina, ma è difficile che un anziano possa accettare volentieri questa terapia, quindi in molti casi non viene effettuata. 
Fai una domanda al dr. Defilippo nel forum.

Gli anziani possono utilizzare dei busti o corsetti per scaricare il peso dalle vertebre lombari al bacino, in questo caso il tutore dev’essere rigido con le stecche metalliche.
Se tutte queste misure non fossero sufficienti, l’ortopedico può consigliare l'intervento chirurgico, l’impianto di una protesi di ginocchio o di anca restituisce una buona qualità di vita al paziente, se è adulto e sportivo può tornare a correre.      


Dr. Massimo Defilippo Fisioterapista
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